Mamma e papà, voglio fare la Social Media Manager

 "Anche io ho qualcosa da dire!" - di Annalisa Mignogna


                                                                                                                                                                                                                       


Su una sedia scomoda, piccola e senza schienale. Con un vestito scelto quattro mesi prima. Con il trucco imperfetto e i capelli che non hanno la piega giusta. Con una pergamena sulle gambe ormai rovinata dalle mani sudate ed una corona che ha perso i suoi fiori tanto belli intrecciati nell’alloro. Tra mille baci e abbracci sono a festeggiare il mio traguardo sentendomi fare almeno cinquanta volte la stessa domanda: comunicazione e pubblicità? E ora che farai?

Prova a spiegare a uno che ti fa questa domanda cosa hai studiato e chi vorresti diventare. È difficile.

 

Dentro di me, prima di rispondere, mi dicevo sempre “Se mi ha chiesto questo vuol dire che non sa di cosa sto parlando. Ora glielo riassumo in poche parole”. Ok, devo essere sincera. Delle volte pensavo anche “Finché non cadranno questi pregiudizi io resterò sempre nel mio mondo dei sogni”. E mi sentivo giù. Giù e non su, come dovrebbe sentirsi una ragazza appena laureata con tutta la vita in mano.

 

Forse mi facevano tutti la stessa domanda perché di norma questo si chiede ai neolaureati? No. Fidatevi che il pregiudizio gli si legge in faccia quando dici a qualcuno che hai l’ansia a palla e salti una sessione, quando parli  del poco tempo che ti rimane per imparare tanta roba e quando rifiuti di uscire perché casomai stai studiando per l’esame di Social Media Marketing. Lo capisco e magari penserete che i pregiudizi li ho più io che loro su di me. Sì, ma prima ditemi: quanti di voi hanno riso sul corso di laurea per diventare Influencer? Quanti hanno detto “Cavolo, se esiste un corso di laurea così sta finendo il mondo”. Beh, io consiglio semplicemente di andare a dare un’occhiata al piano di studi. Non aggiungo altro perché ciò che manca alla maggior parte delle persone, e ai miei amati italiani soprattutto, è quello di leggere ed informarsi.



                                            

                                           


La mia storia ha inizio il giorno in cui ho detto ai miei genitori “Cambio strada, mi iscrivo a Scienze della Comunicazione e non vi deluderò ma, soprattutto, non mi deluderò”. Ora, dopo una magistrale e un master, aggiungo che avevo ragione. Loro, da soli, in quella situazione, hanno cercato mille informazioni in merito. Mi hanno detto “Se ti piace fallo subito”. Ma non tutti i genitori capiscono la forza di questo settore e i figli si trovano spinti a fare altro, a scegliere facoltà più “convenzionali” per non deluderli.

Ricordo che la prima volta che sono entrata in un’agenzia di comunicazione mi sono sentita bene. Bene non significa una favola ma nemmeno male. Semplicemente mi sono sentita un po’ a casa. Vuoi le pareti piene di stampe, vuoi il gatto sulla finestra identico al mio siamese. Mi hanno accolto con un caffè, avevo un appuntamento per un colloquio e hanno fatta sedere nella sala riunioni. Ho iniziato a realizzare di essere lì quando ho visto due maxi schermi grandi quanto la parete e dei fogli sulla scrivania con schizzi fatti a mano. Questo colloquio è andato bene ma non c’era posto per stagisti in quel periodo.

La seconda volta mi sono sentita in una favola, infatti alla fine ho pianto. Non c’è stato un vero colloquio, o meglio, è stato talmente informale da non accorgermene nemmeno. Il posto rispecchiava esattamente quello che avevo sempre immaginato. Formale ma non troppo, un mix di design, nuova tecnologia e roba retrò. Per qualche mese ho collaborato con l’agenzia sulla progettazione di alcuni eventi locali. Eravamo un team formidabile. Abbiamo riso da morire, ci siamo divertiti anche lavorando fino a mezzanotte. Ho fatto tantissime gaffe ma ho imparato anche tantissime cose. Ho parlato per la prima volta con la stampa, con le autorità, con i ragazzi alle prime armi come me e con i grandi della pubblicità.

Poi, mi sono laureata e, non potendo più fare la stagista, ho subito cercato un lavoro per guadagnare qualcosa. “Sbagliato - mi dicevano mamma e papà - cerca di fare quello che ami, anche gratis ma devi fare quello”. Avevo così tanta voglia di iniziare ad essere autonoma che rispondevo ad ogni annuncio.  Hostess, promoter, call center, chi più ne ha più ne metta. Lavori di tutto rispetto, per carità, ma non miei. Ci ho provato, una o due settimane al massimo.


                                      

                                         



Un bel giorno, in pieno lockdown nazionale, mi sono rimessa a studiare. Ho passato le giornate a seguire corsi online sul marketing digitale e contemporaneamente, attraverso i social, mi sono confrontata con persone che ci sono dentro da un po’ e questo lavoro lo conoscono bene. Ho comprato dei libri che mi hanno aperto la mente, seguito canali Youtube che mi hanno tenuto compagnia nei momenti di relax.

Ora che ho iniziato a fare questo lavoro quasi in totale autonomia, cari mamma e papà, vi dico che è una bomba. Non proprio come me lo immaginavo, molto meglio. Noi che lavoriamo nel digital marketing, vantiamo la voglia comune di restare connessi il più possibile con chi ci piace e con chi fa il nostro stesso lavoro. Cresciamo insieme e costruiamo vere e proprie community per formarci e per imparare ogni giorno. Un po’ come in tutti i lavori ma con un pizzico di enfasi in più. Perché? Per farlo utilizziamo gli stessi mezzi con i quali lavoriamo.

Ci piace definirci creativi perché “La creatività richiede coraggio” diceva H. Matisse e noi siamo coraggiosi in ogni istante. Ci prendiamo l’onere di dover pubblicizzare un’azienda, la responsabilità di portargli dei risultati. Giochiamo tra stories e posts a fare i Social Coach in un ufficio domestico o ad inviare freebie dal supermercato. La gente ci ringrazia mentre fa colazione e casomai noi, mentre avviamo il pranzo, gli rispondiamo che è stato un piacere. Si chiama empatia. Ci lavoriamo talmente su che delle volte sento di volerle abbracciare queste persone, entrargli dentro per davvero e dirgli che sono uniche. Ognuno è bello e lo abbraccio lo stesso, anche se non è stato cortese con me, anche se mi ha chiesto un consiglio e ha fatto di testa sua, anche se non gli piaccio, perché tutti hanno fatto sì che diventassi quella che sono ora.

Auspico per me un 2021 pieno di novità, per prima cosa vorrei aprirmi la tanto temuta Partita IVA. Sono pazza? Beh, a noi creativi ci contraddistingue anche questo. Se ancora non ce l’ho è perché voglio essere davvero pronta. Per il momento aiuto, chi me lo permette gratuitamente, chi ha voglia di offrirmi un caffè lo fa in tutta serenità. Le mie consulenze sono tutte informali, parliamo di brand identity, di siti web, di gestione di pagine social. Con i miei “clienti” lavoriamo sulla creazione di strategie per crescere online e, di conseguenza, offline.

Dai 2021, non tardare che di questo 2020 ne abbiamo le tasche piene.

Quello che mi sento di consigliare a tutti i ragazzi è di non mollare e di seguire le vostre passioni, sempre. In qualsiasi settore e per qualsiasi lavoro ci sarà chi non apprezzerà, chi non gli darà la dovuta importanza. E questo vi darà una forza quasi sovraumana, vi farà imparare ancora più cose e vi permetterà di farvi strada e di realizzarvi con la soddisfazione di aver scelto da soli che colore dare alla vostra vita. La mia è rosso Campari e questo l’avevano già previsto i miei amici quando alla laurea mi travestirono da cartello pubblicitario.


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