Psicologia come salvavita
"Anche io ho qualcosa da dire!" - di Sara Tulli.
Ciao,
sono Sara ed ho 25 anni.
Una
presentazione breve, concisa e veritiera: chi sono?
Credo
sia una delle domande più complesse nella vita, uno di quegli enigmi
irrisolvibili, una delle gestalt che rimarrà per sempre aperta.
Ciò
di cui vorrei parlarvi oggi riguarda il motore che quotidianamente permette al
mio corpo ed al mio cervello di attivarsi: l’amore nei confronti della vita,
quella cosa non-cosa che ci permette di respirare, osservare, amare. Quella
canaglia che a volte ci fa inciampare, annaspare, annegare.
Da
bambina il mio pensiero è sempre stato dicotomico: sei mio amico-sei mio
nemico, oggi è una giornata perfetta-di merda, mi vuoi bene-ti sono totalmente
indifferente.
Tutto
questo mi ha portata ad avere un grande timore nei confronti del genere umano: ero
un essere con un’autostima pari a quella di una cozza in una festa di soli
pesci Imperatori e dunque il lato della medaglia nero e meschino, durante la
mia tenera età, è sempre prevalso su quello soffice e azzurrino.
Non
amavo andare a scuola, oserei dire che detestavo le scuole medie: ricordo
l’obbligo di doverci alzare dalla sedia per rispondere alle domande degli
insegnanti, una ghigliottina dalla quale gli occhi e i ghigni dei compagni mi
pungevano talmente nel profondo da scavarmi le ossa.
Dunque, già all’età di 13 anni mi domandavo se
fosse possibile che un adulto non tenesse conto delle fragilità e delle
emozioni di un bambino.
Il
mantra che accompagnava e
guidava le mie giornate era:” Mi proteggo e mi ritiro per sentirmi a mio agio”. La mia giustificazione
ma anche la mia rovina.
Ero
una bambina, poi divenuta adolescente, che costantemente si nascondeva dai
coetanei per non essere ferita; ero convinta che sarebbe bastato un solo
sguardo e… *puff* mi sarei ritrovata frammentata dinanzi a volti perfetti.
L’amore
nei confronti della vita è nato nell’esatto momento in cui ho superato alcuni
dei miei confini, nel preciso istante in cui ho avuto il coraggio di lasciare
che gli altri si mostrassero a me privi di ogni mia proiezione (o quasi) ma l’accettazione di essere un essere relazionale
e non un alieno arrivato in
Terra è giunta con l’incontro della mia amata psicologia.
Spesso mi è stato criticato l’utilizzo di
tale aggettivo ma non riesco e non voglio sostituirlo: la psicologia è un mondo
nel quale si sostiene e ci si prende cura dell’essere umano, un universo in cui
ciò che tendenzialmente viene emarginato e giudicato è invece compreso ed
accolto, un luogo dove l’umanità è alla base della famosa piramide di Maslow.
Lo psicologo è la coperta calda che d’inverno
ti riscalda,
la doccia fredda che ti sveglia,
una raffica di vento che ti scuote,
l’esperienza che cura le tue esperienze con
un tocco delicato ed un profumo di gardenia appena colta.
Tale
universo mi ha portata ad amare la vita in quanto, fra i tanti motivi, mi ha
dato un obiettivo: combattere a tutti i costi per essere un giorno una psicologa-psicoterapeuta;
già, combattere con le mani e con i denti per l’infinito percorso formativo che,
oserei dire, ingiustamente, ci viene imposto: triennale, specialistica,
tirocinio post-lauream di 1000 ore non retribuito, esame d’abilitazione (€500
circa) e per finire, nel caso in cui non bastasse, Scuola Quadriennale di
Psicoterapia per un totale di €16mila.
Ora,
onde evitare di dilungarmi in tali questioni e perdermi in un bicchier d’acqua
bollente, preferisco riportarvi un piccolo evento avvenuto una settimana fa,
con l’intento di provare a trasmettervi quanto sia bello questo mondo.
Ho
iniziato da poco un’attività di volontariato in un’associazione per persone con
disturbi psichici e per la prima volta dopo tanto mi sono trovata totalmente a
mio agio insieme ad altre persone.
Il
disagio in me nasce quando inizio a sentirmi poco ascoltata: credo che il non
lasciare il tempo ad una persona di esprimersi e la mancanza di curiosità siano
sintomi di grande ineducazione.
Bene,
dal primo giorno di tale esperienza, ho fatto bagaglio di momenti bellissimi, tra
questi, una conversazione con Fausto (nome di fantasia) che, con sguardo
d’ammirazione e gratitudine, mi ha detto:” Grazie per ciò che voi volontari fate per noi. Tu
sei qui con me quando avresti potuto far altro questo pomeriggio. Voi ci
salvate e non ve ne rendete conto".
Poi, non
riuscendo a contenere la sua grande umanità, si è commosso.
Non ho
saputo rispondere, se non con un banale sorriso e l'unica cosa che mi ha
bloccata dall'abbracciarlo è la situazione attuale che mi ha palesato ancor di
più quanto sia fondamentale il contatto.
Il mio
cervello in quel momento non ha elaborato nessuna risposta, vuoi perché ero
rimasta spiazzata, vuoi perché le emozioni erano talmente forti da tramutare il
mio corpo in un blocco di marmo con un sorriso a mezza luna.
Fausto mi
ha raccontato del suo passato e di quanto lui abbia sofferto nell'essere per
gli altri prima un disturbo e poi un essere umano.
Le sue parole, il suo
sguardo, la sua voglia di portarsi, di essere guardato mi hanno colpito al
punto tale da rifletterci su per tutta la notte e i giorni a venire.
Tale valutazione mi ha fatto
comprendere quali sono le cose che nella vita mi fanno
imbestialire: il poco valore che viene dato a noi psicologi e la poca
importanza che il mondo dà ai nostri pazienti.
Sembra impossibile
eliminare lo stigma del: ”Ti conviene andare dallo psicologo perché sei matto”.
Cavolo, questa affermazione scatena la mia aggressività anale (citando il caro
Freud) a tal punto da voler urlare a tali beceri di iniziare ad informarsi prima di parlare,
anche se magari tale raccomandazione l’avranno già ricevuta da molti, ma
continuerei ad urlare sino a quando la loro area di Wernicke non inizi ad
attivarsi maggiormente.
Ad oggi, davanti a questo computer e dopo le tante
frasi scritte, mi viene da pensare che forse io ed i miei futuri colleghi siamo
destinati ad avere con noi solo persone che hanno un’intelligenza emotiva tale
da mettersi in discussione ed un’altrettanta forza per chiedere un aiuto;
questo mi fa sorridere.
Con lo stesso intento iniziale di questo scritto, vi lascio con una mia
poesia composta subito dopo aver incontrato un uomo che rimarrà per sempre
nella mia testa e nel mio cuore, speranzosa, dunque, di mostrarvi quante cose
possono celarsi dietro ad uno sguardo perso.
Oblio-
Ti incontro ad un tavolo
uomo.
Un libro aperto
una matita recisa
le tue mani tremolanti.
Tu parli con il buio
mentre siedi fra la gente-
-invisibile.
Piuma
ondeggi,
il vento ti divora.
Sospeso fra autentico e reale
ti osservo e
sorridi,
all'unica figura tangibile.
Mendicante trascini,
oltre il manto di pelle,
quel che resta del tuo corpo
e
timoroso
scegli dove posare il passo
ma sprofondi,
assiduamente.
Esile è il dolore che parla,
fragile è l'uomo ignorato.




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